martedì 22 dicembre 2015
lunedì 21 dicembre 2015
Un Mite Uomo Di Dio Benedetto Da Papa Bergoglio.
La Nunziatura e’ a pochi metri dalla casa provinciale dei missionari comboniani e Padre Giuseppe si muove liberamente all’interno del grande comprensorio in cui e’ edificata l’ambasciata della Santa Sede in Uganda, sopra una collina che guarda verso il centro della capitale Kampala,
lui e’ ormai di casa in nunziatura, cosi’ come il nunzio apostolico, missionario americano dell’ordine dei verbiti, e’ di casa nella struttura adiacente dei comboniani.
Spesso celebra messa per le suore che lavorano in nunziatura, e cosi’ e’ successo anche il 28 di Novembre: Padre Giuseppe si e’ recato con disinvoltura, come fa’ solitamente, verso il chiostro della nunziatura, quando, ecco Papa Francesco: si sono salutati cordialmente e si sono scambiati battute: “Santo Padre, grazie degli esempi che ci dà del Buon Pastore, benedica me e tutte le persone che porto in cuore” gli ha esclamato Padre Giuseppe, “Padre preghi per me perché sono un peccatore!” la risposta di Bergoglio, “no Santo Padre io sono un peccatore più grande di Lei!” la replica finale del comboniano: si sono salutati, entrambi stavano per celebrare messa, Papa Francesco davanti alla folla oceanica di Namugongo, il santuario dei Martiri ugandesi, Padre Giuseppe nell’intimita’ di una cappella della nunziatura, davanti ad un drappello di suore.
Il giorno successivo, di prima mattina, Padre Giuseppe ed alcuni suoi confratelli verranno ricevuti in udienza privata e benedetti dal Papa.
Lo incontro nel pomeriggio di quello stesso giorno, proprio accanto alla nunziatura, quando il Papa e’ in volo per Bangui, in Repubblica Centrafricana, e luie’ ancora euforico per quei due incontri ravvicinati con il Santo Padre (ma anche stanco perche’ nelle ultime due notti, oltre che dormire a poche decine di metri da dove ha dormito il Santo Padre, ha dovuto sopportare i trambusti della condivisione dello stesso edificio in cui vive, con i gendarmi e gli uomini della sicurezza pontificia).
Padre Giuseppe Clerici, comboniano, nato a Cadorago in provincia di Como, 50 anni di missione in Africa, 50 anni di servizio tra immense gioie e grandi dolori, che lascia trasparire, dai suoi modi miti, solo quando racconta dei suoi diversi confratelli martiri, trucidati da soldati (anche bambini) al soldo di uno dei tanti signori della guerra e dittatori che si sono succeduti nella storia ugandese (l'ultimo di questi Padre Raffaele Di Bari ucciso e bruciato dai ribelli di Joseph Kony nel 2000).
Ordinato sacerdote a Verona nel 1963, l’anno successivo e’ inviato in Uganda, nel nord del Paese: “ I 22 martiri ugandesi bruciati vivi dal re Muanga furono la scintilla che già da piccolo incendiò nel mio cuore un amore grande per questa terra benedetta”
Un Paese dalla storia martoriata, in un’area, quella dei grandi laghi, tra le piu’ martoriate del continente africano, quindi del Mondo.
Padre Giuseppe ha vissuto buona parte di quella storia - dall’Uganda di Obote, primo presidente post-coloniale (il Paese si rese indipendente dagli inglesi nel 1962), che subito si rivelo’ dittatore feroce, passando per quella di Amin, che con un colpo di stato detronizzo’ Obote, ne prese il posto, creando una dittatura ancora piu’ feroce (negli otto anni in cui fu’ assoluto padrone del Paese dal 1971 al 1979, si contarono almeno 300mila morti, tra oppositori politici, accusati di aver patteggiato e convenuto al regime di Obote, e gente comune) poi’ di Joseph Kony e dei bambini soldato
- all’Uganda di oggi, quella della crescita economica, con previsioni di crescita del PIL pari al 6,7% (caffe’ e petrolio i settori di traino) e del crescente flusso di turisti occidentali, attratti da una natura primordiale ed incontaminata (dieci parchi nazionali e molte foreste vergini, habitat unico al mondo per diverse specie di animali).
Il comboniano, che l’anno prossimo compira’ 80 anni, di “avventure” ne ha vissute davvero tante, nel 1976 rischio’ di essere espulso da Amin, che non gradiva la presenza di missionari nel Paese,
ma anche successivamente, a partire dall’ 80, i missionari furono continuamente esposti alla guerriglia: “fu’ un vero calvario!”; nell’86 diversi furono anche arrestati ed internati come prigionieri di guerra a Gulu nelle baracche dei soldati, lui era tra quelli:”fu’ un esperienza molto pesante che lascio nella mia salute degli strascichi non piccoli. Ma nessun missionario lasciò le missioni, eravamo convinti che il Signore ci voleva coinvolti nella sofferenza fatta di violenza con la nostra gente. Fu’ soprattutto in questo periodo che alcuni di noi furono uccisi. Avrei potuto anch’io essere uno di loro, ma Dio mi voleva in un altro tipo di martirio, quello di stare vicino alla gente fino alla fine”.
Liberato dai campi di prigionia Padre Giuseppe rientro’ in Italia per sei anni, ma il mal d’Africa e quel senso di destino comune con quella terra e con gli uomini che la vivono, lo convinsero’ a “ritornare a casa”: proprio a Gulu (nel Nord del Paese verso il confine con il Sud-Sudan).
Lo scorso anno e’ stato trasferito a Kampala:”passai attraverso una crisi d’identita’, Kampala non è la mia terra promessa, e il mio popolo è a Gulu! Stavo per cadere in una terribile depressione quando il Signore mi mandò un padre Gesuita con cui nel 2009 avevo fatto gli esercizi di Sant’Ignazio che mi disse di come, alla mia età di 79 suonati, l’atteggiamento più bello sia quello del “Magnificat” preghiera di gioia e grazie per tutto quello che il Signore ha fatto di te come strumento. Eppoi a Kampala continuo ad incontrare molta gente, anche del nord e questo mi aiuta nella mia avanzata età a scoprire i doni, e sono tanti, che Dio mi ha dato nonostante le mie miserie. Ogni domenica mattina celebro la Messa in una scuola di liceo della Parrocchia di Mbuya. Ci sono più di 900 studenti, ragazzi e ragazze. Sono bravi e mi edificano per la loro fede. Ultimamente mi e’ stata regalata una statua della Madonna della Medaglia miracolosa. E’ stata pitturata molto bene tanto da sembrare viva. E’ alta 2 metri quindi è anche pesante. 10 studenti sono venuti con un camioncino per portarla nella scuola, però pioveva, e quindi sotto la pioggia si sarebbe rovinata. Ho aperto la falegnameria dove c’era la statua e, a mia sorpresa appena l’hanno vista, tutti si sono inginocchiati a pregare. La loro fede mi ha commosso fino al magone. Come è potente la fede! Se tu ce l’hai grande è come una malattia infettiva. I poveri si sentono subito contagiati”.
“Il Natale di quest’anno sarà molto diverso da quello degli altri anni. Poverissimo senza panettone ed altre cose che potevano farmi rivivere il Natale della mia infanzia. La venuta del Papa in Uganda e i due incontri faccia a faccia che ho potuto avere, in terra d’Africa, mi hanno già riempito il cuore della presenza del Signore che ho vissuto parlando con questo vero Buon Pastore”
Un uomo mite Padre Giuseppe, un uomo forte e temprato nello spirito, nel pensiero, ed anche nel corpo, a dispetto della sua eta’ che non dimostra affatto, un uomo di Dio.
mercoledì 16 dicembre 2015
Abba Dino Non E' Solo.
“La fede, non solo guarda a
Gesù, ma guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una
partecipazione al suo modo di vedere.” Queste le parole di Papa
Francesco, gli occhi invece, vispi, potrebbero benissimo essere quelli
di Padre Dino Viviani.
Si, perche' Abba Dino, salesiano, e' l'ideatore, il fondatore, il realizzatore , del Bosco Children, uno dei piu' grandi progetti in tutta l'Africa per il recupero dei bambini di strada (ad Addis Abeba).
Un uomo di Dio, un giusto, un uomo che il male l' ha visto da vicinissimo, attraverso gli occhi, assenti e stralunati, di bimbi strafatti di khat (un tipo di droga locale) che il male l' ha toccato, attraverso le piaghe di sigarette, le ferite di lame, con cui i carcerieri torturano e seviziano i corpi dei bimbi, che il male l'ha combattuto, e trattenuto: per proteggerci, perche', comunque, Padre Dino sa' che il bene, alla fine della storia umana, di tutte le vicende, ha gia' vinto, e poco importa che siano pochi- rispetto ad un oceano di bisogno, in un contesto in cui, nella sola capitale etiope, sono piu’ di un centinaio di migliaia – i bambini di strada che e' riuscito a recuperare in modo definitivo.
il Don Bosco Children accoglie oggi piu’ di un centinaio di ex ragazzi di strada.
Il percorso di recupero inizia con degli incontri per strada, dove volontari preparati, provano ad entrare in fiducia dei ragazzi, e solo dopo qualche altra settimana ( metà molla quasi subito) di incontri nelle strade polverose di Addis Abeba, quelli che non mollano, vengono ospitati giorno e notte nella struttura salesiana, dove i ragazzi recuperano la loro vita dopo un lungo e difficile percorso.
All’interno del centro vi sono laboratori dediti alla produzione di oggetti e complementi d’arredo di legno, di bambu’ e di cuoio, dove i ragazzi imparano un mestiere, seguiti da personale preparato, scuole ed oratorio.
Certo, recuperare un bambino di strada e’ impresa ardua, tanto quanto recuperare un bambino soldato.
Ho provato ad immaginare cosa possa provare un bimbo di strada in Africa: terrore, paura, perdita di sembianze umane, sentirsi come un animale braccato, senza via di scampo.
Ma investire, con il noto metodo salesiano della ‘pastorale del cortile’, con gli oratori, la formazione scolastica, la formazione professionale, specie sui bambini, e’ dare corpo alla speranza, rendere carne il Vangelo, rendere il Mondo meno deprecabile, rendere e l’umanita’ piu’ giusta, piu’ tenera.
Abba Dino non tradisce le sue origini montagnine (e’ nato ad Isolaccia, in alta Valtellina), dirigendo la missione salesiana (attualmente quella di Zuai, 200 km a sud di Addis Abeba, nella rift-Valley) con una tempra fuori dal comune, con l’energia ed il vigore di un comandante militare, con la pazienza e l’amorevolezza di un padre, con la fine intelligenza di un educatore, che sa’ sempre, a qualsiasi ora del giorno e della notte, quali buoni consigli dispensare, quali utili ordini impartire.
Nulla e’ stato facile al Bosco Children di Addis Abeba (il nuovo direttore ora e’ un sacerdote etiope, segno, questo, che ben fa’ sperare nel futuro del paese del Corno D’Africa, e nel futuro della Chiesa Universale, con il suo baricentro sempre piu’ spostato nelle periferie del Mondo), nulla e’ facile nella missione di Zuai.
Oltretutto Abba Dino, ovviamente, non se ne sta’ mai con le mani in mano, anche quando potrebbe concedersi qualche pausa: oltre alle tante attivita’ all’interno della missione (scuola primaria e secondaria con molte centinaia di alunni, libreria, oratorio con campi da basket, calcio, persino tennis), due volte a settimana, con il supporto di educatori e volontari, il sacerdote si reca in una zona impervia ed arida, a decine di chilometri di distanza da Zuai, dove coinvolge, in attivita’ educative e ricreative, i giovani di una comunita’ mista, composta per una consistente parte, da mussulmani.
Una comunita’ poverissima, in un contesto, quello etiope, gia’ colpito da gravi ed endemiche poverta’.
Mi sono chiesto come un uomo come lui, seppur sacerdote missionario, possa reggere a tutto quello che ha visto in questi anni al fronte, a combattere violenze, degrado, poverta’ economiche, poverta’ umane, a combattere le tenebre.
Ho letto il Vangelo, ripensando ad Abba Dino, alla sua andatura veloce, decisa, guidata, ai suoi passi lievi, che sono carne, che sono prosecuzione stessa del Vangelo.
Non e' solo Abba Dino, per questo regge, e lui lo sa’!
Si, perche' Abba Dino, salesiano, e' l'ideatore, il fondatore, il realizzatore , del Bosco Children, uno dei piu' grandi progetti in tutta l'Africa per il recupero dei bambini di strada (ad Addis Abeba).
Un uomo di Dio, un giusto, un uomo che il male l' ha visto da vicinissimo, attraverso gli occhi, assenti e stralunati, di bimbi strafatti di khat (un tipo di droga locale) che il male l' ha toccato, attraverso le piaghe di sigarette, le ferite di lame, con cui i carcerieri torturano e seviziano i corpi dei bimbi, che il male l'ha combattuto, e trattenuto: per proteggerci, perche', comunque, Padre Dino sa' che il bene, alla fine della storia umana, di tutte le vicende, ha gia' vinto, e poco importa che siano pochi- rispetto ad un oceano di bisogno, in un contesto in cui, nella sola capitale etiope, sono piu’ di un centinaio di migliaia – i bambini di strada che e' riuscito a recuperare in modo definitivo.
il Don Bosco Children accoglie oggi piu’ di un centinaio di ex ragazzi di strada.
Il percorso di recupero inizia con degli incontri per strada, dove volontari preparati, provano ad entrare in fiducia dei ragazzi, e solo dopo qualche altra settimana ( metà molla quasi subito) di incontri nelle strade polverose di Addis Abeba, quelli che non mollano, vengono ospitati giorno e notte nella struttura salesiana, dove i ragazzi recuperano la loro vita dopo un lungo e difficile percorso.
All’interno del centro vi sono laboratori dediti alla produzione di oggetti e complementi d’arredo di legno, di bambu’ e di cuoio, dove i ragazzi imparano un mestiere, seguiti da personale preparato, scuole ed oratorio.
Certo, recuperare un bambino di strada e’ impresa ardua, tanto quanto recuperare un bambino soldato.
Ho provato ad immaginare cosa possa provare un bimbo di strada in Africa: terrore, paura, perdita di sembianze umane, sentirsi come un animale braccato, senza via di scampo.
Ma investire, con il noto metodo salesiano della ‘pastorale del cortile’, con gli oratori, la formazione scolastica, la formazione professionale, specie sui bambini, e’ dare corpo alla speranza, rendere carne il Vangelo, rendere il Mondo meno deprecabile, rendere e l’umanita’ piu’ giusta, piu’ tenera.
Abba Dino non tradisce le sue origini montagnine (e’ nato ad Isolaccia, in alta Valtellina), dirigendo la missione salesiana (attualmente quella di Zuai, 200 km a sud di Addis Abeba, nella rift-Valley) con una tempra fuori dal comune, con l’energia ed il vigore di un comandante militare, con la pazienza e l’amorevolezza di un padre, con la fine intelligenza di un educatore, che sa’ sempre, a qualsiasi ora del giorno e della notte, quali buoni consigli dispensare, quali utili ordini impartire.
Nulla e’ stato facile al Bosco Children di Addis Abeba (il nuovo direttore ora e’ un sacerdote etiope, segno, questo, che ben fa’ sperare nel futuro del paese del Corno D’Africa, e nel futuro della Chiesa Universale, con il suo baricentro sempre piu’ spostato nelle periferie del Mondo), nulla e’ facile nella missione di Zuai.
Oltretutto Abba Dino, ovviamente, non se ne sta’ mai con le mani in mano, anche quando potrebbe concedersi qualche pausa: oltre alle tante attivita’ all’interno della missione (scuola primaria e secondaria con molte centinaia di alunni, libreria, oratorio con campi da basket, calcio, persino tennis), due volte a settimana, con il supporto di educatori e volontari, il sacerdote si reca in una zona impervia ed arida, a decine di chilometri di distanza da Zuai, dove coinvolge, in attivita’ educative e ricreative, i giovani di una comunita’ mista, composta per una consistente parte, da mussulmani.
Una comunita’ poverissima, in un contesto, quello etiope, gia’ colpito da gravi ed endemiche poverta’.
Mi sono chiesto come un uomo come lui, seppur sacerdote missionario, possa reggere a tutto quello che ha visto in questi anni al fronte, a combattere violenze, degrado, poverta’ economiche, poverta’ umane, a combattere le tenebre.
Ho letto il Vangelo, ripensando ad Abba Dino, alla sua andatura veloce, decisa, guidata, ai suoi passi lievi, che sono carne, che sono prosecuzione stessa del Vangelo.
Non e' solo Abba Dino, per questo regge, e lui lo sa’!
mercoledì 2 dicembre 2015
l'Africa Ha Sorpreso Anche Papa Francesco.
C'e' chi viaggia con il freno tirato da quando risiede alla Casa Bianca,
c'e' l'oligarca che fa' esclusivamente gli interessi della sua oligarchia,
c'e' chi parla, parla, parla...e canta la marsigliese come lacrimasse da coccodrillo nell'
europeina-ina-ina-ina ...,
chi va' in Araba Saudita su ordine di Salini ed Eni, eppoi', come quello di cui sopra, parla,
parla, parla...e canta la marsigliese...
eppoi' c'e' chi, oltre a combattere per ripulire da ruggine e corruzione l'istituzione piu'
longeva, universale ed influente al Mondo,
su di un'utiltaria, fa' rotta verso i luoghi dove sbarcano (se arrivano) le carrette dei disperati,
sulle bidonville d'Africa,
su citta' e paesi dove si continua a sparare (tipo Bangui o Ciudad Juarez dove dovrebbe andare
a Febbraio).
La luce di un gigante che sovrasta i nani...
L'
Africa ha sorpreso anche Papa Francesco, e pare (da fonti vicine al
Pontefice) che questo
viaggio sia stato quello piu' riuscito e per lui piu' entusiasmante
(persino piu' dei suoi viaggi nella sua America Latina) fino a questo
punto del suo pontificato.
A
confermarlo e' stato anche Padre Giuseppe Clerici, comboniano, 50 anni
di missione in Africa,
50 anni di servizio tra immense gioie e grandi dolori, che lascia
trasparire, dai suoi modi miti, solo quando racconta dei suoi diversi
confratelli martiri, trucidati da soldati (anche bambini) al soldo di
uno dei tanti signori della guerra e dittatori che
si sono succeduti nella storia ugandese (l'ultimo di questi torturato
ed ucciso dai soldati di Joseph Kony nel 2000).
Lui in almeno due situazioni e' scampato miracolosamente alla morte.
Domenica
mattina, prima che il Papa partisse per il Centrafrica, ha avuto un
udienza privata
con i suoi confratelli comboniani, con Papa Francesco, che l'ha
benedetto e che gli ha confidato di essere un peccatore...e di essere
rimasto colpito, come mai prima, dall'Africa e dal lavoro della Chiesa e
dei missionari nel continente.
Padre Giuseppe, che ha contribuito alla mia permanenza in Uganda, vive
accanto alla nunziatura a Kampala (ambasciata della Santa Sede): nelle
due notti in
cui il Papa ha dormito in Uganda, oltre che dormire a poche decine di
metri da dove ha dormito il Santo Padre, ha dovuto sopportare i
trambusti della condivisione dello stesso edificio in cui vive, con i
gendarmi e gli uomini della sicurezza pontificia...
Ps prima di salutarci, lui ha benedetto il sottoscritto. .e lo ha "omaggiato" di un pacco
di profumato (e senza alcun dubbio) squisito caffe' ugandese. .
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