lunedì 27 luglio 2020

All'imbrunire,Il Gabbiano Ed Il Detenuto.

All'imbrunire,
seguendo a vista il volo di un gabbiano, quando il cielo si colorava di amaranto, da un balcone palermitano incrociavo la sagoma di un detenuto dietro le sbarre dell'Ucciardone,
anch'egli, chissà, forse intento a contemplare il tramonto,
forse invidioso del gabbiano che volava li sopra. 
Cos'e' la libertà per lui? Cosa è per me? 

Forse la possibilità di fuggire, di arrivare, di nuotare in un mare cristallino, di correre a perdifiato?
Di poter raggiungere un crinale di un monte? Toccarne la neve? 
Di poter toccare il miei affetti? 
Oppure, è libertà, poter sentire i propri battiti con benevolenza,
apprezzare ogni respiro, 
sentire lo sbattere di ali, il rumore del vento, 
sentire dove eravamo, dove siamo stati, la terra che abbiamo calpestato, 
sentire dove vorremmo essere? 
Sentire l'amore delle nostre madri?
Il nostro desiderio di giustizia e redenzione?
Sentire gli affetti che non possiamo toccare? 
Sentire in noi la tenerezza della misericordia? 
Dio è lì, in quel tramonto che sa di fine e di preludio, 
in quella danza libera di gabbiano,
 nelle nostre lacrime. 
GLM

venerdì 29 maggio 2020

Crisi D'Identità, Caducità Della Vita E Mani Protese Agli Ultimi.

Di questo tempo, che pare essersi “congelato”come conseguenza del
blocco per fermare la pandemia, ricorderò le frequenti camminate
pomeridiane nei boschi, in solitudine, percorrendo sentieri che si
inerpicano in una fitta vegetazione: a rendere lieve il cammino e’ il
continuo canto di merli e di cuculi che lo accompagna, insieme
all’imbattermi, non raramente, in gruppetti di scoiattoli, che al mio
arrivo fuggono nelle loro tane, presumo dentro vecchi incavi sopra
alcuni fusti di abeti.
Fuggono sempre nella stessa direzione, sugli stessi alberi, da cui, al
sicuro, scrutano il mio passaggio, protetti e confortati dalle loro
piante, dalle loro radici.
In questi ultimi anni mi pare di aver camminato molto, da quando
decisi di lasciare un discreto stipendio fisso in una solida azienda
di telecomunicazioni, per fare esperienze di vita e di missione, da
volontario, negli Stati Uniti, in Messico, in Africa, prima di un
periodo di “discernimento” fino alla decisione di iniziare
“strutturalmente” un cammino religioso missionario.
A distanza di 4 anni mi ritrovo, da “giovane ormai attempato” ad
essere rimasto l'unico novizio, in un noviziato “bloccato”, in attesa
di poter riniziare il cammino con esperienze formative.
Non mi lamento, in questo tempo che ha mostrato l’incertezza del
quotidiano, la rottura della linearità anche a chi ha più o meno
sempre camminato su linee rette, un cammino come il mio avrebbe dovuto
abituarmi alla precarietà esistenziale. Ed in parte lo ha fatto, ma
c’è un altro fattore che sento molto sollecitato in questo periodo: si
chiama identità, qual’è la mia?
Sono nato a Milano, ma non mi sono mai sentito del tutto milanese: più
o meno tutti i fini settimana li passavo in una valle incastonata tra
il lago di Como ed il Lago di Lugano, terra che ha dato i natali a
mamma e papà, e questo già prima che venissi alla luce, ancora nel
grembo materno.
Dunque milanese ma non abbastanza, perché pur amandone l’apertura
mentale, allo stile di vita cittadino sono sempre stato poco avvezzo,
allergico come sono al cemento ed allo snobismo modaiolo; dunque
“valligiano” o “montanaro”, ma non abbastanza, perché pur amando le
montagne, i boschi, i laghi, e pur apprezzandone la vita più genuina
ed a misura d’uomo, il provincialismo ed il bigottismo li ho sempre
repulsi, così come ho sempre repulso ogni identitarismo di provenienza
ed appartenenza, che peraltro e’ sempre "povero", chiuso e rigido.
La benevolenza che sento aprirsi in me tutte le volte che cammino in
un contesto di natura armoniosa, mi riconduce alle radici affettive, e
questa, penso, è una certezza, che però non mi basta: “qual’è la mia
identità?” continuo a ripetermi come un mantra.
 Non ho una professione, non ho un lavoro, sono in un cammino
religioso ma non sono religioso, non ho ancora professato alcun voto,
ho più di quarant’anni, ho viaggiato in molti posti del mondo, negli
ultimi quattro anni ho vissuto nel Nord degli Stati Uniti, in Africa,
a Bologna, a Padova ed infine in Portogallo, ho imparato lingue,
conosciuto tante persone, soprattutto, meglio, me stesso.
Soffro gli ambienti rigidi e freddi, le gabbie strette, mi sento vivo
dove il vento tira più forte, sui crinali delle montagne, sui grandi
spazi dove il cielo si apre, nelle frontiere geografiche e
dell’esistenza umana, ho sempre sentito una forte chiamata agli
ultimi, alla giustizia, al vangelo del Gesù liberatore.
Ormai, davanti ad un tramonto che colora il cielo di amaranto, mi pare
di essere ovunque, nel mio tempo passato od in luoghi lontani, di
tornare ai miei vent'anni, di essere in ogni posto in cui ho ammirato
meravigliosi cieli ai tramonti: di fronte al pacifico in America
Latina, di fronte agli infiniti orizzonti dell’amata Africa, davanti
alla vastità degli spazi della profonda frontiera e dei grandi laghi
del nord America.
Non so se i destini dell'umanità si decidano davvero più nelle
periferie e nelle frontiere che nei centri, ma di una cosa ho
certezza: sulle frontiere, proprio perchè più che altrove
sperimentiamo la caducità della vita, tutto ha un sapore più autentico
e più colorito, proprio come il colore di quei tramonti.
Una delle opportunità che sto vivendo in questo periodo, è di poter
condividere un pò di questo tempo con una decina di migranti custoditi
da una cooperativa qui vicino, tirare calci al pallone in
gruppo, ascoltare timidamente qualcuna delle loro storie di
sopravvissuti, sbarcati quasi un anno fa a Pozzallo, in Sicilia, dal
rimorchiatore “Asso 25”, che li aveva recuperati dopo 3 giorni in mare
su una bagnarola alla deriva, senza cibo, in balia delle acque e dei
decreti cattivisti dell’allora Governo italiano. Fu la Cei a prenderli
in carico.
Così fragili nella loro condizione di rifugiati o di richiedenti
asilo, così forti, pieni di vita e di speranza, nella loro gioia ed
allegria contagiosa.
Hanno lasciato zone rurali dell’Africa Subshariana attraversando il
deserto , poi il Mediterraneo, appartengono ad etnie, qualcuno anche a
tribù, spesso chiuse e difficilmente accessibili, eppure sono in
movimento, attaccati alle loro “radici”, anche culinarie,  incuranti
dei miei interrogativi sulla  identità. O forse no, perché è proprio
davanti a loro, che questo goffo e piccolo, rispetto a loro, europeo,
“costruisce” la sua identità. Una identità che torna radice, nel
momento in cui ritrovo una sintonia affettiva, una relazione
affettiva, sia essa con madre terra o con questi ragazzi
così fragili, una identità che si costruisce nella relazione, dunque
in un processo non statico, ma in continuo divenire. Che e’ il
contrario di quell’identità statica e monolitica che qualcuno vorrebbe
rivendicare, strumentalizzando persino Dio,  per chiudersi e
contrapporsi ad altri, contrapporsi oggi soprattutto a chi arriva
proprio dall’Africa, e magari e’ anche mussulmano, come i miei vicini
Ibraim e Yangine del Mali,  Ali e Mustafà del Senegal, Yenro del
Gambia, ma anche a quelli tra loro che sono cristiani, come Bernard,
Yhoannes del Sud Sudan e Henry della Nigeria.
E’ davanti a loro che si costruisce la mia identità, che si
costruiscono le mie scelta di vita e di speranza, davanti a loro che
trovo il senso di questo cammino poco lineare.
L'identità come un processo che interessa me in funzione del prossimo,
cioè la mia identità inizia nella mano protesa al più fragile, al più
oppresso, al più povero: e’ affetto, radice, identità, ed anche
relazione di reciprocità.
Sulla rivista dei gesuiti “Civiltà Cattolica”, la settima scorsa
leggevo, a commento della lettera di Papa Francesco inviata alle POM
(Pontificie Opere Missionarie), questa citazione di Sant’Alberto
Hurtado, che, poco prima di morire, stava scrivendo qualcosa sul
«senso del povero», che per lui era l’essenza del cristianesimo;
scrisse: «Il senso del povero è la capacità di interessarsi al povero,
di scoprire nella fede la sua vera identità, vale a dire, che il
povero è Cristo, dunque dell'avere una devozione affettuosa per il
povero, che implica il rispetto e la cura per la sua dignità”.
Ecco, credo che la risposta sulla mia identità stia tutta in queste parole.
Giuseppe L. Mantegazza


martedì 12 maggio 2020

Speranze Di Futuro Nel Sorriso Di Silvia

"Non sapendo quando l'alba arriverà, tengo aperta ogni porta.” scriveva la grande scrittrice americana Emily Dickinson.
Quell' alba, per Silvia Romano, è arrivata qualche giorno fa, e l'abbiamo vista e sentita anche noi: un'alba di speranza che vince l'oscurità, che spiazza una realtà -  apparentemente di impossibilità, di sfiducia e di chiusura  - ribaltandola, mostrandone invece il bene, che è il trionfo della liberta' e dell'umanita'; e, per chi ha fede, la speranza come frutto dello spirito che soffia d' improvviso.
E poco importa che, appena dopo poche ore dalla notizia della sua liberazione, la macchina della propaganda sovranista fosse gia' in moto, con il suo collaudato carico di disinformazione, di odio da incanalare sui piu' "deboli", i capri espiatori,  con il suo carico di sessismo, di islamofobia, di anti immigrazionismo, d'identitarismo e rigidismo religioso. D'altronde, di che stupirsi? Non dovrebbe certo rappresentare una novità il modo con cui  "estorcono" il consenso. 
Oltretutto la testimonianza di Silvia è naturalmente scomoda per quel potere, maschilista, che trae consenso dalla retorica della divisione, dei muri e della guerra, e che trae enormi profitti e guadagni dalle politiche che alimentano tensioni e veri e propri conflitti regionali e globali : perche' una giovane ragazza, libera, intelligente e preparata, che costruisce concretamente piccoli ma significativi ponti di dialogo, di cooperazione e di pace, non può che essere "scomoda" a quel tipo di potere, persino invisa al Governo italiano precedente a quello attualmente in carica, che forse aveva "congelato" le trattative con i sequestratori, proprio per dare un segnale intimidatorio al mondo della cooperazione (in proposito non scordiamoci delle vicende del missionario Padre Macallli e del gesuita Dall'Oglio, sequestrati rispettivamente in Niger ed in Siria).
E forse non varrebbe nemmeno la pena, ora, di soffermarsi su quanto sia misera - nel suo rispondere quasi esclusivamente alla logica del profitto, dell' "usa e getta", del sensazionalismo e voyeurismo che fanno audience e che fanno vendere copie, ma che ingannano ed abituano a pericolosi pregiudizi e semplicismi -  la maggior parte dell'informazione mainstream.
Ecco, di tutto questo, almeno per questi giorni, dovremmo non occuparci, evitando il rischio di farci intrappolare in "cattive" influenze, perlopiù rischiando, anche solo in parte, di far perdere intensità alla gioia inaspettata della speranza, che, appunto, abbiamo sperimentato attraverso il meraviglioso sorriso di una giovane ragazza, figlia dell'Italia migliore, andata in Kenya per occuparsi, "a casa loro", di bimbi orfani, andata in Africa per aiutarci a sollevare lo sguardo, oltre il piccolo orizzonte del giardino "di casa nostra". 
Teniamolo lo sguardo su quel sorriso di Silvia, possibilmente in religioso silenzio e rispetto nei suoi confronti, e teniamo il cuore su questo momento in cui tutti noi donne ed uomini di buona volonta' (sono convito la stragrande maggioranza della popolazione), abbiamo assaporato insieme a lei la libertà e la speranza,  prima che si alzasse la propaganda "studiata" apposta per dividerci, per fomentare odio e cattivismo, per farci perdere quel sapore. Perche', come singoli e come comunità,
senza quel sapore, che dà la speranza, non ci puo' essere pienezza di vita, tantomeno un roseo futuro.



martedì 28 aprile 2020

La "Discutibile" Uscita Della CEI E la Ripartenza, Dalla Cura Del Noi

Velati desideri di teocrazia pare siano una tendenza molto in voga in questo periodo storico, reminiscenze mai passate per una parte, minoritaria ma potente, di Chiesa, ora (come allora) avvelenata e strumentalizzata da interessi "altri", economici e politici, nostalgici ed oscurantisti.
Per quanto fosse "giustificato" un intervento "istituzionale", da parte della CEI mi pare siano stati azzardati, e poco frutto di discernimento, i tempi e gli spazi relativi all'intervento.
Tempi: gli ancora tanti morti, dovrebbero indurre a maggior prudenza e cautela,
e non pare sia questo il tempo per "regolare i conti", piuttosto dovrebbe essere un tempo di silenzio, preghiera, ascolto, e possibilmente di creatività e sperimentazione, anche sui nuovi linguaggi di comunicazione/evangelizzazione, soprattutto verso i giovani ( su questo consiglio il prezioso dialogo "virtuale" tra il giovane Don Roberto Ravagnani e Roberto Saviano in una recente "diretta streaming").
Spazi: le Chiese sono tra i luoghi piu' a rischio per la diffusione del virus, proprio perche' le comunita' delle Messe sono quasi esclusivamente rappresentate da anziani ( in proposito, ai miei genitori ultrasettantenni, per ancora diverso tempo, consigliero' di continuare a seguire le messe di Papa Francesco in tv),
fa specie poi' che sia proprio la Lombardia,  regione dove sta avvenendo un vero e proprio stillicidio, frutto anche (aggiungo) di responsabilità, a mio avviso, politiche, e probabilmente non solo quelle, a cavalcare e strumentalizzare l'uscita estemporanea della CEI.
Vado al dunque: sbagliare tempi e luoghi e' grave, indice, forse,  di mancanza di discernimento, di una (voluta?) non comprensione dei tempi, di questi tempi specifici, ma anche piu' generali, di "cambiamento di epoca" che stiamo vivendo.
Bene ricordarsi quanto ha affermato, nell'ultimo discorso alla curia, discorso che fa  storia e che dovrebbe orientarci, Papa Bergoglio: "non siamo nella cristianità, non più! Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati. Abbiamo pertanto bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale, che non vuol dire passare a una pastorale relativistica. Non siamo più in un regime di cristianità perché la fede – specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente – non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene perfino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata».  
Infine, quando si sente parlare di "popolo", in questo caso di Dio", spesso strumentalizzandolo (un po' come fanno i sovranisti- populisti, che sono l'esatto contrario del popolare), si sente in sottofondo odor di bruciato. Che e' molto simile all'odore di chiusura, di muffa delle sacrestie,  di difesa di particolarismi ed identitarismi, e del potere,  di un aggrapparsi a schemi e ad un mondo che non esiste piu' ma che viene rivendicato (probabilmente per i suddetti interessi, forse poco evangelici, magari piu' mondani...).
In generale, bisognerebbe "osare" un po' di piu', guardare un po' piu' in la', anziché chiudersi nel proprio "pezzettino" di "certezze", che crollano ma che si  rivendicano, 
del proprio pezzettino di responsabilità che produce il contrario, ossia deresponsabilizzazione.
 Tra l'altro lo spirito Santo soffia dove vuole, libero da schemi, e libero di scompaginare; a proposito: gli ospedali da campo stanno in mezzo alle strade, in mezzo ai feriti, tra i bisognosi, aperti ed in movimento, non chiusi e rigidi nelle possibilità di vedute e di spostamenti.
Ripartire dagli ospedali da campo, dove siamo chiamati a stare, e non solo nelle, vuote gia' da prima che arrivasse il lockdown, Chiese e sacrestie.
Ripartire dalla cura: degli anziani e dei bambini, dei giovani e dei più fragili, delle famiglie, delle scuole, della sanità, dell'ambiente e del pubblico, che poi sono tutte facce della stessa medaglia. 
Quella sarebbe la cartina di tornasole, il frutto maturo del passaggio dall'io al noi. 
Auguri.


martedì 21 aprile 2020

Bergoglio Sotto Attacco (Puntata Report Rai3 20 Aprile 2020)

Puntata Report Rai3 20 Aprile 2020  Qui
Il suo pontificato, reo di aver messo al centro il Vangelo, i poveri, la giustizia sociale, la difesa dell'ambiente, la denuncia di un sistema economico diseguale ed ingiusto, ha, fin da da subito, sollevato un vortice continuo e concentrico di attacchi.
Mafie, sovranismi, neofascismi, lobbyes di grandi potentati industriali (quelle armiere in primis), in veri e propri intrecci internazionali, per contrastarlo: piu' di 1 miliardo di euro sono arrivati (solo in Europa) da think tank , fondazioni e potentati nordamericani in funzione anti-Bergoglio.
I vari Trump, Bolsonaro, Salvini, Meloni, sono figli di questo pericoso e spietato intreccio...

sabato 28 marzo 2020

"Nessuno Si Salva Da Solo"



Un cielo plumbeo, una pioggia incessante, un silenzio irreale interrotto solo verso la fine dai rintocchi di campane e dalla sirena di un’ambulanza, un uomo vestito di bianco, affaticato, solo davanti ad una piazza – di tutta la civiltà cristiana la più importante al mondo - rimasta vuota e silenziosa, esattamente come vuote e silenziose lo sono diventate quelle di tutto il mondo.
Lì, precario a pregare ( le due parole hanno la stessa etimologia, dal latino prex) ad invocare Dio, l’unico leader mondiale capace di interpretare i segni dei tempi, da profeta, quando parlava, sin dall’inizio del suo pontificato, di globalizzazione dell'indifferenza, di guerra mondiale combattuta a pezzi, di cultura dello scarto, di Chiesa come ospedale da campo, di crisi ambientale e cura della casa comune (in particolare attraverso l’enciclica “Laudato Si”, così tanto potente e scomoda, perchè radicalmente evangelica, da sollevare un vortice continuo e concentrico di attacchi contro il suo pontificato, per opera di potentissime strutture di potere che si sono sentite minacciate), o quando parlava degli incalcolabili lutti e dell’indicibile dolore causati direttamente od indirettamente dalle guerre, come quelle ormai decennali in Siria, in Iraq ed Afghanistan, in Africa ed in Medio-Oriente, ma anche quelle dell’America Latina infestata dalla
violenza e dal narcotraffico, o causati dalle ingiustizie e dalle sperequazioni sempre più acute, tra stati ed all’interno di essi.
Ma non vedevamo, facevamo finta di non vedere, di non sentire quel dolore, relegandolo ad altri mondi distanti, costruendogli attorno muri impregnati di ideologia securitaria e della paura,  di religiosità pagana ed identitaria, ingannandoci nel non voler sentire, ed ammettere, che non solo in quel dolore siamo, inevitabilmente, sempre stati immischiati,  ma che, di quello, ne siamo anche corresponsabili, perchè le migrazioni causate da guerre e povertà partono da là ed arrivano qua, perchè le armi ed i sistemi avanzatissimi di “difesa” partono da qua ed arrivano là, finendo
spesso, come ordigni distruttivi,  sopra i tetti di scuole ed ospedali; eppoì perché “abbiamo” eletto improbabili capi arruffapopoli, assecondando le loro, e le nostre, narrazioni ideologiche, false, mistificatorie ed elusive, puntando il dito sugli altri, facendo i forti coi deboli, i capri espiatori, i più fragili, i più poveri, i migranti, e tutto ciò per scamparla dal guardarci dentro, facendoci deboli coi forti, fuggendo dalle responsabilità, evitando di comprometterci, per non rischiare di mettere in discussione le contraddizioni, le ipocrisie e le deformazioni, ormai insostenibili, in noi e nelle nostre opulente ed egoiste società.
Non stiamo combattendo una guerra, la guerra è altra cosa, ancora più orribile (e’ la cosa più orribile e più contraria al sogno di Dio, che e' la pace), siamo in emergenza sanitaria, come lo sono da sempre i paesi africani in cui muoiono a causa della malaria, secondo l’OMS, oltre 400mila persone l'anno, specie bambini; non siamo in guerra, anche se gli incalcolabili lutti ora ce li abbiamo qui, ed allora forse sarebbe più facile “sentire” per comprendere, ciò che da anni prova a dirci Papa Francesco: quindi di riconoscere la cultura dello scarto quando qualcuno parla di immunità di gregge e di decidere chi può essere salvato e chi invece no, e cioe’ di praticare non solo l’eutanasia ma anche l’ eugenetica,
di riconoscere la necessità per l’umanità di ospedali da campo(proprio come quelli che si stanno montando a decine in tutto il mondo per fronteggiare il corona-virus),come metafora di una Chiesa in uscita e guaritrice di anime sempre più chiuse e sfiduciate,
di riconoscere, anche attraverso la comparsa di questo virus, la  profonda crisi ambientale che vive il nostro pianeta e che quindi stiamo vivendo noi (molti studi mettono in correlazione l’inquinamento atmosferico e la diffusione del virus).
E di riconoscere una economia che uccide: come quando, ad emergenza già in corso, si e’ preferito non fermare le attività produttive nel bergamasco, consentendo al virus di propagarsi così impetuosamente e capillarmente su quel territorio, ormai martoriato, o quando il presidente Trump insiste nel voler “ripartire” con la ”normalità” produttiva entro Pasqua, od ancora quando, sempre negli Usa, un giovane diciassettenne affetto da covid-19 viene lasciato morire  perché in un ospedale gli negano le cure perché privo di assicurazione sanitaria.
Come non ricordare le parole di Bergoglio che continuamente ci ha parlato di sistemi e di strutture di male, di intrecci perversi di sistemi che uccidono (Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche sull'economia e sulla politica" -Enciclica LaudatoSì 109), come non ricordare queste sue parole, proprio oggi, mentre in Italia muoiono soffocate migliaia di persone, sia perché scarseggiano i posti letto nelle terapie intensive, e questo perché si sono favoriti gli interessi, anche nella sanità, di pochi e potenti gruppi privati, a scapito di quelli pubblici e collettivi,
sia perché mancano respiratori polmonari, mentre le linee di produzione degli F35 (Lockheed And Martin/Leonardo-Finmeccanica) proseguono a ciclo continuo, così come proseguono a correre le linee di produzione dello strategico(considerato tale dal Governo italiano) comparto industrial-militare, a produrre e fatturare, in un rituale che sa di  macabro, consapevoli che quegli aerei, le bombe, le tecnologie più sofisticate, oltre che ad arricchire economie e PIL dei paesi produttori ed i conti bancari dei signori e strateghi delle guerre, compresi alcuni politici nostrani sovranisti e securitaristi, servono ad ammazzare tante vite innocenti.
In un mondo orfano di leaders, rimane lui il leader più autorevole ed autentico, prendendo
sulle proprie spalle il dolore e la solitudine del mondo, sapendo, e questo ce lo ha detto fin da subito, che non possiamo fregarcene di quello che accade lontano, perché il lontano è diventato, oggi più che mai, meno lontano, perché quello che succede in Africa od in Asia ci riguarda da vicino,
perché pensare di rimanere sempre sani in un mondo malato, è pericoloso, oltre che fuori dalla storia,
perchè tutto e' intimamente connesso, e nessuno si salva da solo.

GLM

"La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte
quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre
agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità.

Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che
alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità.

La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e
dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei
tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”,
incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria
dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far
fronte all’avversità.

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui
mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine;
ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta)
appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza
come fratelli".

Papa Francesco

Qui il testo completo
https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2020-03/papa-francesco-omelia-testo-integrale-preghiera-pandemia.html

sabato 21 marzo 2020

Cenere Amata Da Dio: Così Minimi Ma Così Capaci Di Immortalità


Arrivasse l’oceano, d'acqua salata e tempestosa, di potenza ad inondare e purificare la terra,
arrivassero i “buoni” a sconfiggere i cattivi ed il male, come
invocherebbero i tanti bambini ancora sedotti dai supereroi,
arrivassero gli “uomini forti” a toglierci i pesi e le responsabilità che ci competono, come invocano, ancora, i troppi adulti poco cresciuti,
arrivassero più armi per “difendersi”, come se si potesse sparare ad un “nemico” invisibile (negli Stati Uniti, per alcuni, e’ corsa ad accaparrarsi armi da fuoco),
arrivasse quel dio (pre)potente e vendicativo, disincarnato e che non chiede corresponsabilità agli umani, a punire od a salvare, a seconda delle idee, speculari e bipolari, di apocalisse (che e' il peggiore dei mali e tra i disastri quello più violento) o di (vana ed infantile) attesa miracolistica.

Ma cosa si invoca?

Chissà, se e’ vero che la realtà e’ piena di bene e di speranza, soprattutto nelle piccole cose, di cura voluta e cercata, di gesti di spontanea solidarietà, e’ altrettanto vero che nessuno arriverà a salvarci, prima di tutto perchè i nemici non esistono, tantomeno quelli invisibili, così come non esistono gli uomini forti ed i supereroi, e non arriverà nemmeno quel dio, o meglio quell’ideologia di Dio, che quei tanti atei-devoti invocano: non arriverà perchè Dio ci ha già salvati, e continuamente lo fa’, rispettando la nostra libertà, attraverso la nostra umanità e responsabilità umana, attraverso le nostre capacità ed i nostri talenti, attraverso le cose buone, giuste e belle che produciamo, attraverso i nostri gesti di apertura, comprensione, fraternità e misericordia , e soprattutto attraverso le nostre fragilità, perchè tutte le nostre storie sono fragili, tutti noi lo siamo, perché umani, perché e’ la realtà, quella si, il terreno in cui Dio opera.
Perchè la realtà, ogni realtà, e’ sempre superiore a qualsiasi idea, che invece e’ sempre un castello di sabbia.
Ed eccola la realtà più autentica e più imprescindibile: siamo naturalmente fragili, siamo minimi, temporalmente e fisicamente, precari come foglie al vento, quello d’autunno, che basta un refolo un po’ più forte a farci cadere.
E quel refolo di vento oggi sta’ soffiando forte, prepotente, a mettere indiscussione l’idea più malsana che da sempre inganna l’uomo, e che oggi, per il suo essere iper-modernista ed iper-tecnologizzato, e' quella che lo intrappola ancor di più: l’idea di essere invincibile. Eccola l’idea più pericolosa, che a sua volta e’ madre di tante idee malsane che ingabbiano l’uomo, e che trasformano molte delle sue azioni: l’idea che il potere ci risparmi dalla sofferenza, che possedere ed accumulare sempre più ci preservi dal dolore, l’idea che un edonismo compulsivo - di relazioni utilitaristiche basate sullo sfruttamento ed il dominio sugli altri e sulla madre terra, che sacrifica relazioni autentiche di cura e custodia, di mutuo soccorso, di servizio e di amore fraterno e disinteressato – ci risparmi dal male e dalla sofferenza, l’idea (la pratica) mai morta dell’homo-homini- lupus, e cioè che possiamo salvarci da soli, che possiamo farlo gli uni contro gli altri.
Ed ecco le azioni dannose che ne conseguono: carrierismi, egoismi, individualismo sfrenato, ingiustizie, sfruttamento, cultura dello scarto e dell’indifferenza.
Ed ecco le caratteristiche dei sistemi che si generano: oppressivi, che fomentano le divisioni, anche attraverso estremismi ed ideologie religiosi (eccola di nuovo in azione l’ideologia di Dio, ad uso e consumo degli interessi e dei profitti di guerra, dei sistemi e delle strutture di morte), che polarizzano le posizioni, che aumentano le ingiustizie e le sperequazioni economiche e sociali (“Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche sull'economia e sulla politica" -Enciclica LaudatoSì 109)
Non si tratta di essere contro progetti positivi ed inclusivi e di
modernizzazione dell’umanità, ma l’essere consci che così non va, che così non può più andare, che il male che ci si continua a fare sta diventando sempre più irreversibile ed insostenibile, per noi e per la nostra casa comune.
Tutto e' intimamente connesso, e prima di tutto siamo connessi da un' origine comune e da un futuro condiviso, e siamo l'ambiente che respiriamo: se l'ambiente e’ ammalato, ci ammaliamo anche noi, proprio perche' siamo insieme e relazione. Anche se, oggi più che mai, la frammentazione del sapere e della vita dell’uomo tentano di disintegrare questa visione olistica, integrale ed integratrice della realtà - se non siamo capaci di fare relazioni e di integrare, come possiamo comprendere - per migliorare, la realtà, che e’ sempre un insieme, e come tale sempre di più della somma delle sue parti?
Come non vedere che l’inquinamento, il sovrappopolamento selvaggio di aree urbane che diventano sempre più gigantesche ed insostenibili, i cambiamenti climatici, stanno mettendo in pericolo la vita stessa?
Come non vedere che c’e’ una chiara similitudine ambientale (condizioni di forte inquinamento, cementificazione ed industrializzazione selvagge, altissima densità abitativa) tra la regione cinese di Wuhan e l'italica pianura Padana, dove il virus sta’ colpendo così forte?
Di più: un recente rapporto del WWF mette in relazione il pericolo che si diffondano virus sempre più mortali e virulenti, con l’estinzione di sempre più numerose specie animali, braccati per farne e commerciarne carne, decimati per fenomeni naturali sempre più estremi come lo scioglimento dei ghiacciai, gli incendi devastanti, la distruzione di habitat naturali e di ecosistemi, con conseguente perdita di biodiversità.
Ma come stiamo vivendo? E soprattutto: per cosa stiamo vivendo? Stiamo adorando la cenere?
Eppure sappiamo bene che dei soldi, del prestigio, delle carriere e del successo, non rimane nulla! Ecco la cenere!
C’è però un'altra cenere, quella amata da Dio, quella destinata all'
immortalità:“le nostre misere ceneri sono amate da Dio, e, così amati possiamo cambiare vita. Siamo al mondo per camminare dalla cenere alla vita. Allora, non polverizziamo la speranza, non inceneriamo il sogno che Dio ha su di noi. Non cediamo alla rassegnazione, I beni terreni che possediamo non ci serviranno, sono polvere che svanisce, ma l’amore che doniamo – in famiglia, al lavoro, nella Chiesa, nel mondo – ci salverà, resterà per sempre. Solo l’amore dura, solo l’amore salva" ha affermato recentemente Papa Bergoglio.
E siamo noi quell'altra cenere: così minimi e fragili ma così capaci di creare tanta bellezza.
Passerà questa emergenza (naturale o provocata che sia), ma non
dimentichiamoci di rimanere lì, sulla fragilità umana, la nostra e quella del prossimo (lontano o vicino che sia), di amarla, perchè la prova dell'intensità e dell'autenticità dell'amore e della cura, stanno nella capacità di amare e curare proprio a partire dalle fragilità, come fa' una madre amando un figlio, una coppia innamorata, una comunità sana ed affettiva.
E non sottraiamoci dallo sperimentare a fondo e con cuore aperto la caducità del nostro cammino umano, anche perchè ci inganneremmo dicendoci il contrario, e non servirà a nulla, perchè ne arriveranno altre, magari
anche peggiori (niente esclude che magari tra 6 mesi oppure 6 anni, non ci si possa ritrovare nella stessa situazione, magari con un virus ancora più letale).
Proprio oggi, mentre scopriamo che non possiamo essere sicuri nemmeno della possibilità che ci sia un domani, possiamo provare a scendere nell' autenticità delle cose, nella realtà più vera: e cioè che siamo di passaggio, come quelle foglie che umilmente si abbandonano, non sottraendosi al loro destino, ma che, proprio perchè consapevoli di cosa le attende, d’autunno si dipingono di colori straordinari, e regalano una
bellezza che sa d' immortalità.
Ecco, fare nostre la consapevolezza di essere cenere amata da Dio e l’umiltà, come vaccini alla morte, e quindi vaccini alla violenza, alla divisione, all’arroganza, all'isolamento, al giudizio, alle ideologie di Dio che separano e condannano,
non per intimorirci o sfiduciarci, ma al contrario, proprio per liberare quel soffio d’immensità e d’infinito che c’e’ in ognuno di noi: e' lì l’immortalità.
Ed inizia con il coraggio - quello più autentico: di andare in
profondità, di noi stessi, nelle relazioni con gli altri, nel guardare alla realtà che ci circonda, crescendo nella consapevolezza, nella
contemplazione e nel discernimento, per neutralizzare il male che e' sempre
frutto della banalità e di idee- ideologie che si crede siano per il bene, ed a cui si aderisce con leggerezza,
- ed inizia con la fortezza, quella più autentica, che e’ il prendersi
cura, di noi stessi, delle persone, delle situazioni.
Guardarsi dentro, cercare quel Dio presente e vivo, prenderci e prendersi cura!
Per diventare come quelle foglie d'autunno, che unite, all'unisono, nonostante l' ineludibilità della venuta del vento freddo dell'inverno, permettono e ci permettono di sentire quel soffio d' infinito e d'immortalità che salva il mondo.
Dopo l’inverno arriva la primavera, ed oggi e’ il suo primo giorno,
l’aria e’ pulita ed i merli cantano della gioia della vita. Il buio
cederà posto alla luce.


Le foto le ho scattate ad Ottobre 2016 in Michigan, US






GLM