sabato 22 agosto 2020

In Uscita, Anche Se Incidentati(In Bicicletta)

 L'altro ieri, purtroppo, ho avuto una brutta caduta in bicicletta mentre andavo a prestare servizio alla Caritas (sono inserito in progetti contro le povertà, a sostegno dei senzatetto e delle donne vittime di tratta).

L'imprevedibilità della vita, di un sasso sul percorso, l'incuria in cui versano alcuni marciapiedi, una mia distrazione, forse una dose minore di prudenza rispetto ai miei primi spostamenti in bici qui a Palermo: il botto è arrivato improvviso, violento.

Non ho fratture, grazie a Dio, ma davvero l'ho vista brutta, poteva andarmi peggio. Palermo non è una città facile, ma poteva accadere ovunque. 

La caducità della vita.

Ho passato tutta la giornata dell'altro ieri in ospedale: arrivato alle 11 del mattino, sei ore di attesa per essere medicato, quasi otto ore prima di essere sottoposto a tac e radiografia (che hanno escluso fratture o problemi interni), dimesso all'una di notte. 

Tra le altre cose, se non mi fossi tolto personalmente dal braccio la flebo, ben un ora dopo che la boccetta aveva finito di travasare il suo contenuto (antibiotici) in vena, sarei ancora lì, in mezzo al corridoio dell'ospedale, aspettando chissà cosa e chissà chi.

 Tra i ricoverati, ed i loro familiari in attesa, pareva che chi gridasse più forte e con prepotenza guadagnasse maggiori attenzioni, anche tra il personale ospedaliero. Non li biasimo, anche se temo, per esperienza non mi stupirei, che gli stessi che gridano a squarciagola l'indignazione e la rabbia, per le lunghe e provanti attese delle cure, siano poi quelli che sgamano qua e là, che coltivano solo il proprio orticello,  che magari votano per quei pseudo politicanti- affaristi che tagliano i fondi al pubblico e che magari s' intascano pure qualche tangente.

"Vita mia morte tua": la guerra, anche quella tra poveri, o meglio contro i poveri,  alimenta  business. Qualcosa non funziona, c'è un sistema perverso che esclude, che non fa funzionare bene le cose proprio lì dove dovrebbero funzionare bene, perché al servizio di tutti, specie quando piu' deboli, sofferenti e fragili. E, beninteso, non è una questione che riguarda solo il Sud d'Italia (od il Sud del Mondo): la Lombardia ed il Michigan, la mia terra d'origine e lo stato USA in cui ho vissuto nel 2016,  rispettivamente la regione piu' ricca e produttiva d'Italia e lo stato americano tra i più ricchi e produttivi, contano numeri spropositati di morti per virus covid 19, soprattutto tra i più deboli, gli anziani, i malati, i senzatetto, le minoranze che vivono nei ghetti di Detroit.


Sono un po' ammaccato,  ma in quelle ore passate in ospedale ho visto passare casi ben più gravi del mio: anziani stremati e morenti, uomini con traumi gravi da incidenti, eppoi almeno una giovane che, pare, avesse tentato il suicidio. Il mio pensiero è soprattutto per loro, e per gli "ultimi" che servo nelle attività qui a Palermo. Provo sempre grande empatia ed affetto per loro, gli scartati della società. La sofferenza accomuna l'umanità, offre la possibilità di stringerci, di avvicinarci, di  avvicinarci al Dio della pace, della giustizia e della misericordia. Almeno per chi ha il coraggio di aprirsi e di osare la speranza.

E di osare l'inclusione e la solidarietà contro la cultura dello scarto, quella di cui e' ammalato il mondo che viviamo.

Nelle ore di attesa, su quella sedia di un ospedale palermitano, pensavo anche alle guerre, a questo assurdo che provoca ancora piu' danni e ferite, ancora più dolore e distruzione ad un'umanita' che, al contrario, necessita e ha desiderio, nel suo intimo più recondito, di bellezza ed armonia, di rigenerazione e vita: e' di ciò che hanno sete l'uomo ed il creato.

Ma in definitiva, lì in ospedale, l'acqua fresca c'era: rappresentata dal personale ospedaliero che si prodiga oltre le proprie possibilità e nonostante tutto, nonostante un sistema che non funziona come dovrebbe, rappresentata dai tanti gesti di gratuità tra i degenti, dalle struggenti carezze dei figli ad una madre sfinita e stremata, dall'abbraccio d'amore di due giovani fidanzatini, lui con la gamba rotta, lei avvinghiata a lui sul lettino in corsia.

Quanta solidarietà, quante braccia e mani tese in aiuto! 

Quanto bene, si, ma anche quanta necessità che questo bene sia annunciato, conosciuto: l'umanita' chiede più che mai che si parli e che si faccia  testimonianza viva ed incarnata di ponti e di speranza. 

"Meglio una Chiesa incidentata ma in uscita che una Chiesa malata di chiusura" va ripetendo Papa Francesco da inizio pontificato.

C'è bisogno di uscire, in mezzo ai poveri, negli ospedali, sulle strade, anche se sono malmesse e si rischia di cadere. L

L'umanitàe' assetata, in spasmodica ricerca di ristoro di acqua fresca.


Ps. sono in piedi, fiducioso, in attesa di ripartire. Con la consapevolezza sempre più viva e radicata in me che la vita la si assapora e la si vive in pienezza se viene trasformata in dono, regalo, servizio, per noi e per gli altri, per qualcosa di piccolo e vicino (magari l'ultimo tra i senzatetto), e allo stesso tempo per qualcosa di  immenso ed infinito. 







lunedì 27 luglio 2020

Palermo: Frontiera di Bellezza e Di Contraddizioni, Di Conflitti Ed Anticorpi.

Non esiste realtà che non sia complessa: entrarvici significa afferarne, almeno in piccola parte, i codici che la regolano, le dinamiche che ne scaturiscono, l'antropologia e gli adattamenti che si sono sviluppati, anche a livello culturale e comportamentale, di stili di vita.
Comportamenti e codici sono sempre il risultato, in un continuo dinamismo, di un processo storico, che e' individuale, familiare, sociale, culturale: l'ambiente ci modella e noi modelliamo l'ambiente che viviamo.
Non esistono realtà monolitiche, quelle sono morte, esistono piuttosto realtà poliedriche, e più lo sono (poliedriche) più sono piene di vita, o meglio: più le realtà sono vive e piene di umanità, più sono poliedriche.




Vivo a Palermo da quasi un mese, un tempo ridotto ma sufficiente per qualche impressione: le sensazioni sono davvero intense, i forti odori e profumi della natura e del melting pot, le cristalline e calde acque del Mediterraneo, i colori accesi del cielo al tramonto, i rumori di un'umanità variegata ed energica, ed anche le enormi contraddizioni, compongono una pienezza di vita di cui ci si impregna.
La città è un crogiolo di lingue e di costumi, di volti e di caratteri, di tratti somatici e carnagioni che rimandano al Nord Africa, al Medio Oriente, al Nord Europa, di stili architettonici arabi e normanni che convivono nelle stesse piazze.
D'altronde qui s' incontrarono ( e scontrarono) i normanni che arrivarono da nord, i bizantini da est, i saraceni da sud.
Terra meravigliosa e generosa la Sicilia, città di un fascino raro Palermo, un fascino di contrapposizioni, di paradossi, di oscillazioni continue: camminando per la città, in poche centinaia di metri si passa da aree di un degrado così provocante da far fatica a sentirsi in Europa, a borghi che ricordano i meravigliosi suk di Gerusalemme, ad altri ancora che ricordano centri del Nord Europa.
Un'oscillazione continua, come quando spostandomi a piedi od in bicicletta per le strade della città, ho l'impressione di essere circondato continuamente da atti di prevaricazione e prepotenza: non c'è precedenza che tenga, il più forte, o meglio chi ha la macchina più grande, o comunque chi è più prepotente, vince ed occupa la strada, ed i motorini sbucano da ovunque, senza regole apparenti, infilandosi dappertutto, aimé anche quelli senza dare la precedenza; poi, da contraltare, succede che, prima di salire su un mezzo pubblico, alla fermata del bus chiedendo indicazioni su dove poter comprare il biglietto, le persone in attesa si affannino a darmi indicazioni, ed addirittura una di queste mi porge in omaggio un biglietto non ancora vidimato (non ho insistito più di tanto a volerglielo pagare perché rifiutare un omaggio, un aiuto, è imperdonabile).
Si dirà, succede ovunque, è vero, ma non con questi toni così accesi, non con queste oscillazioni così acute, ed allora di Palermo, almeno nella sua dimensione sociale ed urbana, mi rimane soprattutto una sensazione di diffuso degrado (anche per via dell'immondizia e dei tantissimi rifiuti abbandonati sui marciapiedi) , e di violenza, piu' o meno esplicita, che ne regola alcuni codici e criteri umani, che "emergono" soprattutto nelle realtà più difficili. Un po' come le voragini che ho visto, almeno tre in tre settimane, in tre luoghi distinti, che si aprono, chissà perché, in strade già di forte degrado, come quelle del Borgo Vecchio, quartiere storico di Palermo in cui è inserita la parrocchia missionaria (che si trova di fronte al carcere dell'Ucciardone, che fu, tra le altre cose, palcoscenico di uno storico e blindatissimo maxiprocesso) a cui sono stato destinato per un periodo di esperienza propedeutica al mio cammino di noviziato.
Palermo, città in cui, in alcuni suoi rioni, gli indici di sviluppo si avvicinano più, in una corsa al ribasso, a quelli dei paesi dell' Africa piuttosto che a quelli europei: tra gli altri, altissimi sono il tasso di disoccupazione e di dispersione scolastica (prima dello stato di emergenza per l'epidemia di covid, il primo indicatore era quasi del 20% , quasi il doppio di quello medio in Italia, mentre il  secondo quasi al 40%, ad indicare il triste primato in Italia di studenti perduti tra i banchi di scuola, praticamente due su cinque abbandonano le scuole dell'obbligo).


Nelle prime immagini di un film sul beato Don Pino Puglisi, parroco del quartiere di Brancaccio, alcuni ragazzini, formati ed istigati da figure di manovalanza, non certo comprimari, di organizzazioni dedite a traffici che fanno girare pezzi di economia e di potere globale, tanto potenti da condizionare politiche nazionali e probabilmente anche scelte geopolitiche, davano in pasto degli innocenti gattini a cani addestrati per lotte clandestine, tenuti appositamente a digiuno. La violenza come linguaggio, come paradigma di potere, sopraffazione e controllo. Come stile che regola relazioni sociali.
Un codice che s'impara presto in certi quartieri: appena arrivato qui al Borgo Vecchio, la magistratura palermitana  emetteva una sentenza di condanna a 140 anni di carcere distribuiti su 17 persone accusate di spaccio di droga, in cui venivano "impiegati", o meglio dire obbligati, anche bambini (operazione push away della Polizia di stato https://www.palermotoday.it/cronaca/spaccio-droga-borgo-arresti-push-away-condanne.html)
Un codice, quello della violenza, tenuto poco nascosto, spesso esibito, anche solo nei toni di voce aggressivi, nelle grida frequenti nelle strade, in spiaggia, ovunque ci sia umanità, se non paghi i parcheggiatori abusivi ti ritrovi la macchina bozzata, oppure se ti fermi a guardare con insistenza (e stupore) ragazzini che addestrano tranquillamente nelle strade del quartiere un giovane cavallo frustrandolo e maltrattandolo, probabilmente per allenarlo alle corse clandestine, rischi di essere tu l'oggetto della violenza.
La violenza è nella sua natura prepolitica,  ha regolato i rapporti di forza tra uomini fin dalle origini; fu Gesù, profeta che veniva da Nazareth, periferia estrema di un sistema politico e militare, quello dell'impero romano, dominato dalla forza e dalla violenza, uno dei primi a testimoniare con un forte seguito, che era possibile spezzare questo paradigma, ossia che era possibile, anzi indispensabile per avere vita piena, vivere tra fratelli, privilegiando i più piccoli, i più esclusi, gli ultimi.
Fu poi l'illuminismo a rimettere al centro i diritti dell'uomo, e l'idea di una società slegata dalla sopraffazione dei più forti sui più deboli attraverso la violenza, concorrendo alla rivoluzione francese con il suo motto "Liberté, Égalité, Fraternité".
Mi sono chiesto, camminando in queste strade, come sia possibile, come emerge spesso da cronache locali e nazionali, che persone provenienti dalla buona ed alta borghesia, laureati nelle migliori università, magari a Milano, magari a capo di imprese milionarie, se la facciano in tresche con sgherri e violenti nati in contesti degradati, come alcuni di questi rioni palermitani.
Non che la provenienza sia un metro di giudizio, o peggio di condanna, ma sarebbe auspicabile che due mondi così separati e distanti, si parlassero e si mischiassero in progetti di bene, di sviluppo umano, di pari opportunità. Purtroppo succede il più delle volte il contrario, ossia che i due mondi, quello ricco delle belle villette del nord, s'incontri con persone di quest'altro mondo, povero e degradato, per perseguire vie di male ed illegalità, di traffici e di potere economico e finanziario, di conseguenza politico.
La violenza dunque, che è prepolitica, istintiva, animalesca, viene messa al servizio di logiche "politiche", "economiche", di potere.



Chissà, forse le bellezze e le ricchezze di questa terra, capace di produrre frutti e prodotti così succulenti e saporiti, che sono alla base di una cucina ricca, prelibata e godereccia, di questo mare così invitante, quieto e lieto (non è certo il freddo e tempestoso atlantico di cui scrivevo in precedenti lettere), o forse solo per il fatto di essere un' isola al centro della civiltà mediterranea, storicamente il centro del mondo,  che la Sicilia è sempre stata tanto ambita, da conquistare, con forza  e violenza. Forse è proprio questa storia così complessa ad aver generato contemporaneamente codici chiusissimi (come il dialetto palermitano) ed anche di violenza,  insieme a straordinarie capacità di apertura, solidarietà ed accoglienza.
Solidarietà e spirito d' accoglienza rare, prevaricazione e prepotenza diffuse, insieme, veicolati il più delle volte in temperamenti umani molto sanguigni.
Terra di frontiera piu' che di periferia, dove i mali, che altrove, nei centri,  sono già meno visibili perché inglobati e strutturati, qui sono palesati e visibilissimi, così come lo sono gli anticorpi,  presenti ed attivi nella lotta agli stessi mali.
Strutturare questi anticorpi, renderli modelli nel centro, partendo proprio da queste realtà così provocanti e difficili, ma autentiche e reali, credo sia percorso obbligato per costruire sistemi più giusti ed inclusivi, non violenti ed ecologici.
 Giuseppe L. Mantegazza

E' possibile, attraverso i paradossi, come per una radiografia, avere un metodo con cui guardare alle realtà.
Qui sotto riporto due citazioni su Palermo di due teutonici (forse rispettivamente il più grande regista ed il più grande scrittore tedeschi di sempre), quindi per strutture di società ed anche culturali di provenienza, così agli antipodi rispetto alle strutture ed alle realtà di qui:

 "Non credo di conoscere nessun altra città in cui il senso della vita è così forte. Forse perché è altrettanto forte il senso della morte" (Wim Wenders).

 "Nel giardino pubblico vicino al porto, trascorsi tutto da solo alcune ore magnifiche. È il posto più stupendo del mondo […] Monte Pellegrino è Il promontorio più bello del mondo.Chi ha visto una volta il cielo di Palermo non potrà mai più dimenticarlo.
Non saprei descrivere con parole la luminosità vaporosa che fluttuava intorno alle coste quando arrivammo a Palermo in un pomeriggio stupendo. La purezza dei con­torni, la soavità dell’insieme, il degradare dei toni, l’armonia del cielo, del mare, della terra… chi li ha visti una volta non li dimentica per tutta la vita". (Wolfgang Goethe)

Una preghiera che ho letto (anonimo l'autore) a Santa Rosalia, patrona di Palermo:
"Piangi Palermo, piangi Sicilia.
Piangi perché terra abbandonata, priva del senso civile.
Piangi per una politica assente.
Piangi per uno stato assente.
Piangi perché priva di regole, piangi ancora su te stessa.
Terra abituata alle lacrime e al dolore.
Altra speranza è morta per questa terra, questi funerali, tra applausi e slogan, sono segno che non riusciamo a vedere quanto è drammatica questa terra, quanto è terribile ciò che accade. Terra come sepolcro imbiancato.
Possiamo essere capitale della cultura, possiamo ospitare tutte le cose belle, ma tutto ciò rischia di offuscare, di mettere la polvere sotto il tappeto.
Rinasceremo, ma non oggi!"

All'imbrunire,Il Gabbiano Ed Il Detenuto.

All'imbrunire,
seguendo a vista il volo di un gabbiano, quando il cielo si colorava di amaranto, da un balcone palermitano incrociavo la sagoma di un detenuto dietro le sbarre dell'Ucciardone,
anch'egli, chissà, forse intento a contemplare il tramonto,
forse invidioso del gabbiano che volava li sopra. 
Cos'e' la libertà per lui? Cosa è per me? 

Forse la possibilità di fuggire, di arrivare, di nuotare in un mare cristallino, di correre a perdifiato?
Di poter raggiungere un crinale di un monte? Toccarne la neve? 
Di poter toccare il miei affetti? 
Oppure, è libertà, poter sentire i propri battiti con benevolenza,
apprezzare ogni respiro, 
sentire lo sbattere di ali, il rumore del vento, 
sentire dove eravamo, dove siamo stati, la terra che abbiamo calpestato, 
sentire dove vorremmo essere? 
Sentire l'amore delle nostre madri?
Il nostro desiderio di giustizia e redenzione?
Sentire gli affetti che non possiamo toccare? 
Sentire in noi la tenerezza della misericordia? 
Dio è lì, in quel tramonto che sa di fine e di preludio, 
in quella danza libera di gabbiano,
 nelle nostre lacrime. 
GLM

venerdì 29 maggio 2020

Crisi D'Identità, Caducità Della Vita E Mani Protese Agli Ultimi.

Di questo tempo, che pare essersi “congelato”come conseguenza del
blocco per fermare la pandemia, ricorderò le frequenti camminate
pomeridiane nei boschi, in solitudine, percorrendo sentieri che si
inerpicano in una fitta vegetazione: a rendere lieve il cammino e’ il
continuo canto di merli e di cuculi che lo accompagna, insieme
all’imbattermi, non raramente, in gruppetti di scoiattoli, che al mio
arrivo fuggono nelle loro tane, presumo dentro vecchi incavi sopra
alcuni fusti di abeti.
Fuggono sempre nella stessa direzione, sugli stessi alberi, da cui, al
sicuro, scrutano il mio passaggio, protetti e confortati dalle loro
piante, dalle loro radici.
In questi ultimi anni mi pare di aver camminato molto, da quando
decisi di lasciare un discreto stipendio fisso in una solida azienda
di telecomunicazioni, per fare esperienze di vita e di missione, da
volontario, negli Stati Uniti, in Messico, in Africa, prima di un
periodo di “discernimento” fino alla decisione di iniziare
“strutturalmente” un cammino religioso missionario.
A distanza di 4 anni mi ritrovo, da “giovane ormai attempato” ad
essere rimasto l'unico novizio, in un noviziato “bloccato”, in attesa
di poter riniziare il cammino con esperienze formative.
Non mi lamento, in questo tempo che ha mostrato l’incertezza del
quotidiano, la rottura della linearità anche a chi ha più o meno
sempre camminato su linee rette, un cammino come il mio avrebbe dovuto
abituarmi alla precarietà esistenziale. Ed in parte lo ha fatto, ma
c’è un altro fattore che sento molto sollecitato in questo periodo: si
chiama identità, qual’è la mia?
Sono nato a Milano, ma non mi sono mai sentito del tutto milanese: più
o meno tutti i fini settimana li passavo in una valle incastonata tra
il lago di Como ed il Lago di Lugano, terra che ha dato i natali a
mamma e papà, e questo già prima che venissi alla luce, ancora nel
grembo materno.
Dunque milanese ma non abbastanza, perché pur amandone l’apertura
mentale, allo stile di vita cittadino sono sempre stato poco avvezzo,
allergico come sono al cemento ed allo snobismo modaiolo; dunque
“valligiano” o “montanaro”, ma non abbastanza, perché pur amando le
montagne, i boschi, i laghi, e pur apprezzandone la vita più genuina
ed a misura d’uomo, il provincialismo ed il bigottismo li ho sempre
repulsi, così come ho sempre repulso ogni identitarismo di provenienza
ed appartenenza, che peraltro e’ sempre "povero", chiuso e rigido.
La benevolenza che sento aprirsi in me tutte le volte che cammino in
un contesto di natura armoniosa, mi riconduce alle radici affettive, e
questa, penso, è una certezza, che però non mi basta: “qual’è la mia
identità?” continuo a ripetermi come un mantra.
 Non ho una professione, non ho un lavoro, sono in un cammino
religioso ma non sono religioso, non ho ancora professato alcun voto,
ho più di quarant’anni, ho viaggiato in molti posti del mondo, negli
ultimi quattro anni ho vissuto nel Nord degli Stati Uniti, in Africa,
a Bologna, a Padova ed infine in Portogallo, ho imparato lingue,
conosciuto tante persone, soprattutto, meglio, me stesso.
Soffro gli ambienti rigidi e freddi, le gabbie strette, mi sento vivo
dove il vento tira più forte, sui crinali delle montagne, sui grandi
spazi dove il cielo si apre, nelle frontiere geografiche e
dell’esistenza umana, ho sempre sentito una forte chiamata agli
ultimi, alla giustizia, al vangelo del Gesù liberatore.
Ormai, davanti ad un tramonto che colora il cielo di amaranto, mi pare
di essere ovunque, nel mio tempo passato od in luoghi lontani, di
tornare ai miei vent'anni, di essere in ogni posto in cui ho ammirato
meravigliosi cieli ai tramonti: di fronte al pacifico in America
Latina, di fronte agli infiniti orizzonti dell’amata Africa, davanti
alla vastità degli spazi della profonda frontiera e dei grandi laghi
del nord America.
Non so se i destini dell'umanità si decidano davvero più nelle
periferie e nelle frontiere che nei centri, ma di una cosa ho
certezza: sulle frontiere, proprio perchè più che altrove
sperimentiamo la caducità della vita, tutto ha un sapore più autentico
e più colorito, proprio come il colore di quei tramonti.
Una delle opportunità che sto vivendo in questo periodo, è di poter
condividere un pò di questo tempo con una decina di migranti custoditi
da una cooperativa qui vicino, tirare calci al pallone in
gruppo, ascoltare timidamente qualcuna delle loro storie di
sopravvissuti, sbarcati quasi un anno fa a Pozzallo, in Sicilia, dal
rimorchiatore “Asso 25”, che li aveva recuperati dopo 3 giorni in mare
su una bagnarola alla deriva, senza cibo, in balia delle acque e dei
decreti cattivisti dell’allora Governo italiano. Fu la Cei a prenderli
in carico.
Così fragili nella loro condizione di rifugiati o di richiedenti
asilo, così forti, pieni di vita e di speranza, nella loro gioia ed
allegria contagiosa.
Hanno lasciato zone rurali dell’Africa Subshariana attraversando il
deserto , poi il Mediterraneo, appartengono ad etnie, qualcuno anche a
tribù, spesso chiuse e difficilmente accessibili, eppure sono in
movimento, attaccati alle loro “radici”, anche culinarie,  incuranti
dei miei interrogativi sulla  identità. O forse no, perché è proprio
davanti a loro, che questo goffo e piccolo, rispetto a loro, europeo,
“costruisce” la sua identità. Una identità che torna radice, nel
momento in cui ritrovo una sintonia affettiva, una relazione
affettiva, sia essa con madre terra o con questi ragazzi
così fragili, una identità che si costruisce nella relazione, dunque
in un processo non statico, ma in continuo divenire. Che e’ il
contrario di quell’identità statica e monolitica che qualcuno vorrebbe
rivendicare, strumentalizzando persino Dio,  per chiudersi e
contrapporsi ad altri, contrapporsi oggi soprattutto a chi arriva
proprio dall’Africa, e magari e’ anche mussulmano, come i miei vicini
Ibraim e Yangine del Mali,  Ali e Mustafà del Senegal, Yenro del
Gambia, ma anche a quelli tra loro che sono cristiani, come Bernard,
Yhoannes del Sud Sudan e Henry della Nigeria.
E’ davanti a loro che si costruisce la mia identità, che si
costruiscono le mie scelta di vita e di speranza, davanti a loro che
trovo il senso di questo cammino poco lineare.
L'identità come un processo che interessa me in funzione del prossimo,
cioè la mia identità inizia nella mano protesa al più fragile, al più
oppresso, al più povero: e’ affetto, radice, identità, ed anche
relazione di reciprocità.
Sulla rivista dei gesuiti “Civiltà Cattolica”, la settima scorsa
leggevo, a commento della lettera di Papa Francesco inviata alle POM
(Pontificie Opere Missionarie), questa citazione di Sant’Alberto
Hurtado, che, poco prima di morire, stava scrivendo qualcosa sul
«senso del povero», che per lui era l’essenza del cristianesimo;
scrisse: «Il senso del povero è la capacità di interessarsi al povero,
di scoprire nella fede la sua vera identità, vale a dire, che il
povero è Cristo, dunque dell'avere una devozione affettuosa per il
povero, che implica il rispetto e la cura per la sua dignità”.
Ecco, credo che la risposta sulla mia identità stia tutta in queste parole.
Giuseppe L. Mantegazza


martedì 12 maggio 2020

Speranze Di Futuro Nel Sorriso Di Silvia

"Non sapendo quando l'alba arriverà, tengo aperta ogni porta.” scriveva la grande scrittrice americana Emily Dickinson.
Quell' alba, per Silvia Romano, è arrivata qualche giorno fa, e l'abbiamo vista e sentita anche noi: un'alba di speranza che vince l'oscurità, che spiazza una realtà -  apparentemente di impossibilità, di sfiducia e di chiusura  - ribaltandola, mostrandone invece il bene, che è il trionfo della liberta' e dell'umanita'; e, per chi ha fede, la speranza come frutto dello spirito che soffia d' improvviso.
E poco importa che, appena dopo poche ore dalla notizia della sua liberazione, la macchina della propaganda sovranista fosse gia' in moto, con il suo collaudato carico di disinformazione, di odio da incanalare sui piu' "deboli", i capri espiatori,  con il suo carico di sessismo, di islamofobia, di anti immigrazionismo, d'identitarismo e rigidismo religioso. D'altronde, di che stupirsi? Non dovrebbe certo rappresentare una novità il modo con cui  "estorcono" il consenso. 
Oltretutto la testimonianza di Silvia è naturalmente scomoda per quel potere, maschilista, che trae consenso dalla retorica della divisione, dei muri e della guerra, e che trae enormi profitti e guadagni dalle politiche che alimentano tensioni e veri e propri conflitti regionali e globali : perche' una giovane ragazza, libera, intelligente e preparata, che costruisce concretamente piccoli ma significativi ponti di dialogo, di cooperazione e di pace, non può che essere "scomoda" a quel tipo di potere, persino invisa al Governo italiano precedente a quello attualmente in carica, che forse aveva "congelato" le trattative con i sequestratori, proprio per dare un segnale intimidatorio al mondo della cooperazione (in proposito non scordiamoci delle vicende del missionario Padre Macallli e del gesuita Dall'Oglio, sequestrati rispettivamente in Niger ed in Siria).
E forse non varrebbe nemmeno la pena, ora, di soffermarsi su quanto sia misera - nel suo rispondere quasi esclusivamente alla logica del profitto, dell' "usa e getta", del sensazionalismo e voyeurismo che fanno audience e che fanno vendere copie, ma che ingannano ed abituano a pericolosi pregiudizi e semplicismi -  la maggior parte dell'informazione mainstream.
Ecco, di tutto questo, almeno per questi giorni, dovremmo non occuparci, evitando il rischio di farci intrappolare in "cattive" influenze, perlopiù rischiando, anche solo in parte, di far perdere intensità alla gioia inaspettata della speranza, che, appunto, abbiamo sperimentato attraverso il meraviglioso sorriso di una giovane ragazza, figlia dell'Italia migliore, andata in Kenya per occuparsi, "a casa loro", di bimbi orfani, andata in Africa per aiutarci a sollevare lo sguardo, oltre il piccolo orizzonte del giardino "di casa nostra". 
Teniamolo lo sguardo su quel sorriso di Silvia, possibilmente in religioso silenzio e rispetto nei suoi confronti, e teniamo il cuore su questo momento in cui tutti noi donne ed uomini di buona volonta' (sono convito la stragrande maggioranza della popolazione), abbiamo assaporato insieme a lei la libertà e la speranza,  prima che si alzasse la propaganda "studiata" apposta per dividerci, per fomentare odio e cattivismo, per farci perdere quel sapore. Perche', come singoli e come comunità,
senza quel sapore, che dà la speranza, non ci puo' essere pienezza di vita, tantomeno un roseo futuro.



martedì 28 aprile 2020

La "Discutibile" Uscita Della CEI E la Ripartenza, Dalla Cura Del Noi

Velati desideri di teocrazia pare siano una tendenza molto in voga in questo periodo storico, reminiscenze mai passate per una parte, minoritaria ma potente, di Chiesa, ora (come allora) avvelenata e strumentalizzata da interessi "altri", economici e politici, nostalgici ed oscurantisti.
Per quanto fosse "giustificato" un intervento "istituzionale", da parte della CEI mi pare siano stati azzardati, e poco frutto di discernimento, i tempi e gli spazi relativi all'intervento.
Tempi: gli ancora tanti morti, dovrebbero indurre a maggior prudenza e cautela,
e non pare sia questo il tempo per "regolare i conti", piuttosto dovrebbe essere un tempo di silenzio, preghiera, ascolto, e possibilmente di creatività e sperimentazione, anche sui nuovi linguaggi di comunicazione/evangelizzazione, soprattutto verso i giovani ( su questo consiglio il prezioso dialogo "virtuale" tra il giovane Don Roberto Ravagnani e Roberto Saviano in una recente "diretta streaming").
Spazi: le Chiese sono tra i luoghi piu' a rischio per la diffusione del virus, proprio perche' le comunita' delle Messe sono quasi esclusivamente rappresentate da anziani ( in proposito, ai miei genitori ultrasettantenni, per ancora diverso tempo, consigliero' di continuare a seguire le messe di Papa Francesco in tv),
fa specie poi' che sia proprio la Lombardia,  regione dove sta avvenendo un vero e proprio stillicidio, frutto anche (aggiungo) di responsabilità, a mio avviso, politiche, e probabilmente non solo quelle, a cavalcare e strumentalizzare l'uscita estemporanea della CEI.
Vado al dunque: sbagliare tempi e luoghi e' grave, indice, forse,  di mancanza di discernimento, di una (voluta?) non comprensione dei tempi, di questi tempi specifici, ma anche piu' generali, di "cambiamento di epoca" che stiamo vivendo.
Bene ricordarsi quanto ha affermato, nell'ultimo discorso alla curia, discorso che fa  storia e che dovrebbe orientarci, Papa Bergoglio: "non siamo nella cristianità, non più! Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati. Abbiamo pertanto bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale, che non vuol dire passare a una pastorale relativistica. Non siamo più in un regime di cristianità perché la fede – specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente – non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene perfino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata».  
Infine, quando si sente parlare di "popolo", in questo caso di Dio", spesso strumentalizzandolo (un po' come fanno i sovranisti- populisti, che sono l'esatto contrario del popolare), si sente in sottofondo odor di bruciato. Che e' molto simile all'odore di chiusura, di muffa delle sacrestie,  di difesa di particolarismi ed identitarismi, e del potere,  di un aggrapparsi a schemi e ad un mondo che non esiste piu' ma che viene rivendicato (probabilmente per i suddetti interessi, forse poco evangelici, magari piu' mondani...).
In generale, bisognerebbe "osare" un po' di piu', guardare un po' piu' in la', anziché chiudersi nel proprio "pezzettino" di "certezze", che crollano ma che si  rivendicano, 
del proprio pezzettino di responsabilità che produce il contrario, ossia deresponsabilizzazione.
 Tra l'altro lo spirito Santo soffia dove vuole, libero da schemi, e libero di scompaginare; a proposito: gli ospedali da campo stanno in mezzo alle strade, in mezzo ai feriti, tra i bisognosi, aperti ed in movimento, non chiusi e rigidi nelle possibilità di vedute e di spostamenti.
Ripartire dagli ospedali da campo, dove siamo chiamati a stare, e non solo nelle, vuote gia' da prima che arrivasse il lockdown, Chiese e sacrestie.
Ripartire dalla cura: degli anziani e dei bambini, dei giovani e dei più fragili, delle famiglie, delle scuole, della sanità, dell'ambiente e del pubblico, che poi sono tutte facce della stessa medaglia. 
Quella sarebbe la cartina di tornasole, il frutto maturo del passaggio dall'io al noi. 
Auguri.


martedì 21 aprile 2020

Bergoglio Sotto Attacco (Puntata Report Rai3 20 Aprile 2020)

Puntata Report Rai3 20 Aprile 2020  Qui
Il suo pontificato, reo di aver messo al centro il Vangelo, i poveri, la giustizia sociale, la difesa dell'ambiente, la denuncia di un sistema economico diseguale ed ingiusto, ha, fin da da subito, sollevato un vortice continuo e concentrico di attacchi.
Mafie, sovranismi, neofascismi, lobbyes di grandi potentati industriali (quelle armiere in primis), in veri e propri intrecci internazionali, per contrastarlo: piu' di 1 miliardo di euro sono arrivati (solo in Europa) da think tank , fondazioni e potentati nordamericani in funzione anti-Bergoglio.
I vari Trump, Bolsonaro, Salvini, Meloni, sono figli di questo pericoso e spietato intreccio...